Tasse più care sulle sigarette, sugli affitti brevi e sulla vendita di case ristrutturate col superbonus. Ma anche sul latte in polvere per i neonati e sugli assorbenti. Insomma per le donne e le madri non sembra esserci pace. E meno male che questo governo voleva incentivare la natalità.
Certo, tra i 91 articoli della Manovra, che inizia il suo iter di approvazione alla Camera, sono presenti sgravi per le ‘working mums’ e il bonus asili nido viene rafforzato, ma il rigore di alcune scelte sembra eccessivo.
Soprattutto perché, ad esempio, l’auspicio per quanto riguarda i prodotti igienici femminili era piuttosto quello dell’azzeramento dell’iva, essendo assorbenti, tamponi e co. necessari e non beni di lusso come fino a poco tempo fa erano considerati.
Sale l’Iva per latte e assorbenti
L’Iva sugli assorbenti (la cosiddetta Tampon Tax) e sul latte per la prima infanzia risale dal 5% al 10%. Almeno questo è quanto prevede la bozza del ddl Bilancio allo studio del Parlamento.
In particolare torna al 10% l’aliquota per le voci “prodotti assorbenti, e tamponi destinati alla protezione dell’igiene femminile; coppette mestruali”.

E poi “latte in polvere o liquido per l’alimentazione dei lattanti o dei bambini nella prima infanzia, condizionato per la vendita al minuto; estratti di malto; preparazioni per l’alimentazione dei fanciulli, per usi dietetici o di cucina, a base di farine, semolini, amidi, fecole o estratti di malto, anche addizionate di cacao in misura inferiore al 50 per cento in peso “.
Insomma essere neo mamme o donne costa, e costa caro. Ed avere il ciclo mestruale significa pagare un prezzo altissimo, per circa metà della propria vita. Un prezzo che, invece di essere abbattuto, come accade in altri Paesi, torna ad alzarsi.
Il percorso dell’aliquota sui prodotti femminili
Fino a un anno e mezzo fa la situazione era ben più grave, è vero. L’Iva su questi prodotti era infatti ferma al 22%, fino a quando un primo abbassamento c’era effettivamente stato con l’esecutivo guidato da Mario Draghi, che l’aveva portata al 10%. Un passo avanti che ai più non sembrava abbastanza.

Le proposte per arrivare almeno al 4% come gli altri beni di prima necessità, o ancora meglio per azzerare questa tassa, negli anni, sono state depositate e mai discusse in Parlamento.
La manovra dello scorso anno, il primo al governo per Giorgia Meloni, aveva portato l’aliquota al 5% per i prodotti per la protezione dell’igiene intima femminile, i tamponi e gli assorbenti e alcuni prodotti per l’infanzia.
E ora? Con la bozza della Legge di Bilancio 2024 si torna indietro. Di nuovo per questioni economiche, ma dello Stato, non delle sue cittadine: se l’inflazione sale e si mangia le risorse, la spesa torna a pesare sulle tasche delle italiane.
Il prezzo da pagare per essere donna
Ma quindi, quanto costa essere una donna nel nostro Paese?
Sono 21 milioni quelle in età fertile che ogni mese hanno bisogno di assorbenti e tamponi, e nel corso della vita ciascuna ne utilizza fino a 12mila.
Se ogni confezione costa in media 4-5 euro, e una al mese di solito non basta, alla fine dell’anno la spesa si aggira tra i 130 e i 150 euro. Ora l’imposta peserà circa 15 euro in più l’anno.
“Il Governo ha un talento straordinario nel rimangiarsi le promesse. La scelta di aumentare l’Iva per i prodotti per l’infanzia e gli assorbenti, infatti, va nella direzione opposta a quel che dichiara.

Il tema non è portarla dal 5% al 10% su tali prodotti, perché i prezzi non sono diminuiti, anzi sono aumentati, dato che la maggior parte dei commercianti non ha ridotto i listini al pubblico. La ragione va ricercata nella speculazione e nella mancanza di controllo dei prezzi”.
Ad affermarlo la presidente dell’Associazione dei Consumatori, Anna Rea. “Si tratta di una brutta notizia per un Paese in cui la natalità è un grave problema per il futuro.
In un quadro economico per le famiglie già disastrato dal caro vita, crescere i figli costa: solo per l’acquisto dei pannolini, le famiglie spendono mediamente in un anno 726 euro l’anno a figlio; per gli alimenti per bambini si sono registrati nel corso del 2023 aumenti del 15,2%”, spiega ancora Adoc.
“Ci auguriamo che il Governo non sia miope e faccia marcia indietro, attivando tutte le misure per rendere effettiva la riduzione dell’Iva e, soprattutto, si impegni concretamente a calmierare tutti i prezzi dei prodotti per l’infanzia e la cura”.
Le proteste delle associazioni
Contro la cosiddetta ‘tampon tax’, come detto, è stata condotta una battaglia importante negli ultimi anni, ma “Ora si riavvolge il nastro indietro” denuncia Silvia De Dea, una delle fondatrici di Onde rosa, collettivo che si è battuto fortemente per questa causa, raccogliendo in una petizione ben 800mila firme.
“Dopo un anno, dopo che si era dato tanto spazio e attenzione al tema, si era investito molto in questa battaglia ci troviamo di nuovo a fare un passo indietro. Tra l’altro in un momento in cui non è problema solo simbolico perché l’inflazione e i prezzi schizzano, e le donne vengono così penalizzate doppiamente.
Il passo indietro – sottolinea – arriva da un governo che dà tanta attenzione al concetto di famiglia, ma che poi, quando c’è da tagliare, cominciano dal fondo della piramide, penalizzando le donne, ma anche le madri e le famiglie, visto che l’aumento dell’Iva riguarderà anche prodotti dell’infanzia.
Chiediamo invece che si inizi a dare più attenzione a chi, in questa piramide, ci sta sempre. Questo Governo ci dica da che parte vuole stare: prima ci ha dato il contentino e poi appena si deve fare cassa tutto passa in secondo piano e le esigenze delle donne e delle famiglie non sono più prioritarie”.
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Giulia Sudano, presidente Period Think Tank, il gruppo femminista intersezionale che si occupa di advocacy, policy e data, commenta così l’aumento dell’Iva sugli assorbenti.
“Siamo molto amareggiate che in un momento di grande difficoltà economica e sociale, in cui le disuguaglianze di genere stanno aumentando anziché diminuendo, il governo decida di non mantenere la riduzione dell’iva su assorbenti e prodotti per l’infanzia che hanno un diretto impatto di genere negativo per le donne”.
“Queste scelte – continua Sudano – confermano con i fatti la totale mancanza di un serio impegno del governo per politiche efficaci a ridurre i divari di genere nel nostro Paese che dovrebbe allertare e preoccupare non solo le donne, ma tutte le persone che hanno a cuore la giustizia sociale.
Inoltre, riteniamo necessario che le istituzioni raccolgano e pubblichino dati sui costi complessivi del ciclo mestruale”.

