La violenza di genere e la discriminazione più in generale non conosce confini, fisici e digitali. È quello che emerge dal mondo del fantasy e un’occasione per parlarne è stata data dal Lucca Comics & Games, che si è tenuto dall’1 al 5 novembre. Il festival è stato il giusto palco dove poter accendere i riflettori anche su certe tematiche che, a quanto pare, non risparmiano nessun ambito. Neppure quello più apparentemente innocuo.
Anche ciò che è espressione artistica, come i cosplay, o attività ludica come i videogiochi, hanno un lato oscuro, un angolo cieco dove si nasconde un atteggiamento violento verso il prossimo. Funziona esattamente come nel mondo reale: a pagarne le conseguenze, ad essere prese di mira e messe ai margini sono le minoranze.
Il body shaming nel cosplay
Dell’arte del cosplay utilizzato spesso come strumento di inclusione e condivisione ne abbiamo parlato con quattro noti cosplayer, tutti vittime a loro modo di discriminazione e di bullismo. Esporre se stessi al prossimo vuol dire spesso e volentieri diventare oggetti di giudizi negativi, offese e parole di odio. Atteggiamenti che, però, non vengono solo dall’esterno, che non comprende e non capisce l’arte del travestimento, ma sono insiti anche all’interno del mondo stesso dei cosplayer. Gli stereotipi e i pregiudizi tipici della quotidianità, trovano terreno fertile anche in quella realtà per così dire “parallela”.
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“Il cosplay, soprattutto in passato, era considerato qualcosa per cui solo se assomigliavi al personaggio che volevi interpretare, potevi permetterti di farlo – spiega Antonella Arpa, in arte Himorta, cosplayer donna più seguita d’Europa con oltre 1 milione di followers su Instagram e 3 milioni di seguaci complessivi sui vari canali social – per fortuna ora questa cosa è stata sdoganata.
Ad esempio, per intendersi, si pensava che per fare Lara Croft dovessi essere per forza magra e sexy, come il personaggio. Io, per esempio, sono troppo bassa eppure la faccio lo stesso. Il cosplay è quindi anche esempio di body positivity in questo caso”.
Violenza e discriminazione nel game
Avete presente quando da bambini, a scuola o ai campi estivi, si sceglieva la formazione delle squadre per giocare? Ci si metteva tutti quanti in fila, mentre i due capitani, scelti spesso e volentieri secondo l’antica regola del “più forte”, indicavano chi volevano in squadra. Quasi sempre le femmine venivano scelte per ultime, a volte anche dopo i maschi meno performanti.
Ecco, gli anni passano, ma la maturità in alcuni casi rimane quella. Così la stessa dinamica, in forme e toni pure più violenti, si ripete nei giochi “da grandi”, anche quelli virtuali. A raccontarlo è sempre Himorta, che quel mondo lo frequenta e al Lucca Comics è stata protagonista al Gaming Village “Let’s be Toghether”.
“Conoscono molte mie amiche che giocano online e si nascondono dietro nickname maschili proprio per evitare molestie o offese – spiega l’influencer – quando perdiamo non è perché non siamo brave, ma perché siamo donne. Come se noi donne non fossimo all’altezza per natura. Molte giocatrici subiscono questo tipo di discriminazione e di machismo, così finiscono per nascondersi dietro identità fasulle.

C’è molta violenza anche nei videogiochi, che dovrebbero essere puro divertimento. Soprattutto in quelli competitivi, con multiplayer a squadre, in cui a volte gli altri membri discriminano ed escludono le donne. Io provo a fare tanta sensibilità su questo tema, cerco di spronare le donne a non lasciarsi sopraffare, ma a manifestarsi in quanto tali. Però è difficile. È un percorso più in salita rispetto a quello del cosplay, sono stati fatti dei passi in avanti, ma la strada è ancora lunga”.

