“Io oggi sono libera, sarebbe stata una vera tortura non avere la libertà di poter scegliere”. Anna, nome di fantasia, è la prima persona in Italia “ad aver avuto accesso al suicidio assistito con l’assistenza completa del Ssn”, il Sistema sanitario nazionale, che le ha fornito il farmaco letale e un medico di supporto.
Affetta da una malattia irreversibile, la 55enne triestina da un anno chiedeva di poter accedere alla morte assistita volontaria. Un desiderio, il suo, che ha espresso in un ultimo messaggio e che oggi ricorda una celebre frase, un verso che il Sommo poeta Alighieri ha fatto pronunciare alla sua guida, Virgilio, nel primo canto del Purgatorio:
Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.
Anna, un po’ Dante della nostra epoca, quella libertà l’ha voluta fortemente, a costo di rinunciare alla vita, diventata un fardello doloroso insopportabile. Lo ha fatto prima rivolgendosi alla Asl di competenza, poi, dopo un nulla di fatto, al Tribunale di Trieste, che ha ordinato l’avvio di verifiche. Lo scorso 28 novembre è quindi morta a casa sua, dopo l’autosomministrazione del medicinale fornito, cosa mai accaduta prima, dal servizio di sanità pubblica.

La battaglia di Anna per il suicidio assistito
Poteva cambiare idea, fino all’ultimo momento. Ma non lo ha fatto. Perché, spiega, “Ho amato con tutta me stessa la vita, i miei cari, e con la stessa intensità ho resistito in un corpo non più mio”. La morte, mai citata nell’ultimo messaggio, è diventata un’alleata nella sua ricerca, nella sua volontà di essere davvero se stessa ancora una volta. Libera.
Una battaglia vinta per la donna, di cui per suo stesso volere non sono state rese note le generalità ma che ha sempre parlato usando un nome fittizio. “Anna è il nome che avevo scelto e, per il rispetto della privacy della mia famiglia, resterò Anna. Ho deciso di porre fine alle sofferenze che provo perché oramai sono davvero intollerabili. Voglio ringraziare chi mi ha aiutata a fare rispettare la mia volontà”.
Così, a un anno esatto dalla domanda, il 28 novembre ha premuto quel pulsante e il farmaco letale, senza farla soffrire ulteriormente, le ha dato le ali per abbandonare quella carne fatta di tante, troppe sofferenze. La triestina era affetta da sclerosi multipla secondariamente progressiva: una diagnosi ricevuta nel 2010.

La richiesta all’Asl e la denuncia
Come evidenziavano i referti medici – e ricostruisce l’associazione Coscioni che ha seguito il caso e l’ha assistita nel suo percorso – Anna si esprimeva con voce flebile e ipofonica, ma era vigile e lucida. Era completamente dipendente dall’assistenza. Il 4 novembre 2022 aveva inviato all’Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina la richiesta di verifica delle sue condizioni per accedere alla morte assistita.
Dopo mesi di attesa senza risposte, aveva depositato ai carabinieri una denuncia per rifiuto/omissione d’atti d’ufficio nei confronti dell’Azienda sanitaria e presentato un ricorso d’urgenza dinanzi al giudice civile. Il Tribunale di Trieste aveva quindi chiesto che l’Azienda disponesse verifiche e accertamenti sul caso. A settembre di quest’anno era quindi arrivato il via libera dalla Commissione medica multidisciplinare per accedere al suicidio assistito.
Ad Anna “il farmaco letale e la strumentazione – spiega l’associazione – sono stati forniti dal Ssn e un medico individuato dall’azienda sanitaria, su base volontaria, ha provveduto a supportare l’azione richiesta nell’ambito e con i limiti previsti dalla ordinanza cautelare pronunciata dal Tribunale di Trieste il 4 luglio e quindi senza intervenire direttamente nella somministrazione del farmaco, azione che è rimasta di esclusiva spettanza della donna”.
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Guardando ai numeri, ma ricordiamo che questi sono sempre meri indicatori di storie, esistenze concrete, la 55enne è stata la terza persona, seguita dalla Luca Coscioni, ad accedere alla morte volontaria assistita in Italia, la quinta ad aver avuto il via libera. La prima in Friuli Venezia Giulia.
Se n’è andata avvolta dall’abbraccio dei suoi cari, dai visi delle persone che ha amato “Ma 389 giorni per ottenere il riconoscimento di un proprio diritto, in condizioni di ‘sofferenza insopportabile’ come ‘Anna’, sono troppi, e non dovrebbe essere necessario ricorrere ad avvocati e tribunali – sottolineano dall’associazione -.
Per questo continuiamo le campagne regionali ‘Liberi Subito’, affinché le Regioni approvino una legge che introduca procedure e tempi certi per accedere al suicidio medicalmente assistito”.
L’associazione Coscioni: “Diritto al fine vita avanza faticosamente”
“Anna è anche la prima persona malata che ha visto riconoscere, da parte dei medici incaricati di effettuare le verifiche sulle condizioni, che l’assistenza continua alla persona è assistenza vitale, così anche la dipendenza meccanica non esclusiva garantita attraverso l’impiego di supporto ventilatorio nelle ore di sonno notturno”, ha detto Filomena Gallo, avvocata e segretaria della Coscioni.
Il caso di Trieste, quindi, rappresenta un punto di non ritorno. Un precedente, per dirla all’americana, che non si può non tenere in conto. “Il diritto di scelta alla fine della vita si sta faticosamente affermando, nonostante ostruzionismi e resistenze ideologiche che sono sempre più lontane dal sentire popolare”, afferma infatti Marco Cappato.
Per questo “Occorre lavorare sui tempi. Non deve più essere consentito di fare aspettare quasi un anno fra sofferenze intollerabili e condizioni che peggiorano con il rischio – come stava accadendo ad Anna – di perdere le ultime forze necessarie”, insiste il tesoriere dell’associazione, da anni impegnato al fianco delle persone che chiedono di accedere ai servizi di suicidio assistito ed eutanasia.
Una necessità, quella di accelerare sui tempi, evidenziata anche dalla deputata dem, Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd, che ha presentato una proposta di legge alla Camera per affrontare un tema “richiesto dalle coscienze delle persone oltre che dalle sentenze costituzionali”.

