Oggi, 22 giugno, è la Giornata Mondiale della Foresta Pluviale, il “World Rainforest Day”, istituito a partire dal 2007 dall’associazione “Rainforest Partnership“.
60,6 chili. E’ la quantità di soia pro capite che consuma all’anno ogni cittadino dell’Unione europea. Potrebbe sembrare un numero come un altro e, invece, è esattamente la cifra che descrive il nostro impatto sulla deforestazione dell’Amazzonia.

Perché? Perché la soia è il principale mangime animale utilizzato per produrre prodotti lattiero-caseari, pesce, carne di maiale, manzo e pollo. E, secondo i dati del 2018, più dell’11% della soia importata in Europa proveniva dalla zona amazzonica.
Nel “World Rainforest Day” nessun dato più di questo riesce forse a riassumere meglio come quanto accade all’altezza dell’equatore, nel continente sudamericano. E che non è qualcosa di distante da noi, bensì ci riguarda molto molto da vicino.
La soia per altro è solo uno degli aspetti del grande business che vede come vittima il delicato ecosistema amazzonico e le popolazioni indigene che vi vivono. Il resto lo fa la richiesta di legname pregiato, di minerali, e di tutto quello che si può ricavare dallo sfruttamento di questo mondo eccezionalmente ricco di risorse.

Il risultato è che, solo tra agosto 2020 e luglio 2021, la deforestazione amazzonica è aumentata del 22% rispetto all’anno precedente. E a oggi la copertura è di circa il 20% inferiore di quella degli anni ’70.
Gli scienziati stimano che la perdita di appena il 5% in più significherà un “punto di non ritorno” che scatenerà cambiamenti irreversibili, in quanto l’Amazzonia non sarà più in grado di sostenere se stessa, né i 30 milioni di persone che dipendono da essa.
Lo spettro è che si trasformi cioè in qualcosa di simile alla savana africana. E, considerando che la foresta amazzonica è in grado di stoccare da 150 a 200 miliardi di tonnellate di carbonio all’anno, svolgendo un ruolo fondamentale per l’equilibrio climatico del Pianeta, questo pericolo impatta direttamente sul contributo fondamentale che la foresta pluviale oggi offre nella lotta alla crisi climatica globale.

Foresta amazzonica, e gli altri polmoni verdi?
Ma per quanto di straordinaria importanza, la regione amazzonica non è l’unica selva pluviale a rischio nel mondo. Anche se delle altre si parla meno, non per questo vanno considerate secondarie.
Pur ricoprendo infatti solo il sette per cento delle terre emerse tali ecosistemi, questi ecosistemi sono fondamentali per la sopravvivenza di ogni specie vivente sul pianeta in quanto.
Inoltre hanno un ruolo importante nella regolazione del clima e nella conservazione della biodiversità. E poi sono fondamentali per quanto riguarda la disponibilità idrica.

La zona di foreste pluviali del Congo, cuore verde del continente africano, popolato da almeno 400 specie di mammiferi, mille specie di uccelli e 700 di pesci, è la seconda per estensione al mondo.
Al terzo posto troviamo la temperata di Valdivia, che si estende per oltre 248 kmq, nei pressi della costa occidentale del Sud America, principalmente nel Cile, ma anche in alcune aree dell’Argentina.
Al suo interno si possono distinguere 35 aree protette tra parchi, riserve e monumenti naturali, ma rimane costantemente minacciata da attività economiche e da infrastrutture come strade e progetti idroelettrici.
Nel sud-est dell’Alaska si estende la “Tongass National Forest“, la più grande degli Stati Uniti, che negli ultimi anni è stata spesso oggetto di attenzione da parte dei mass media perché messa a rischio dalla politica dell’ex presidente Donald Trump.

Il tycoon, per ridare fiato al settore industriale, voleva abolire la Roadless Area Conservation Rule, un regolamento voluto dall’amministrazione Clinton nel 2001, redatto per proteggere l’area, vietandone il disboscamento e la costruzione di strade.
Infine, non può non essere citata la foresta pluviale tropicale di Xishuangbanna, che si colloca nella provincia dello Yunnan nel sud della Cina che, fortunatamente, è una delle meglio conservate al mondo.
Difendere questi ecosistemi è fondamentale per tutti noi. Anche se sembrano così lontani. Perché proprio da questi ambienti dipende, in ultima analisi, la sopravvivenza della nostra specie.
Lasciare la responsabilità della loro conservazione ai soli popoli indigeni è un errore di cui potremmo pentirci amaramente già tra qualche anno.
La buona notizia
Da quando, all’inizio di quest’anno, il presidente brasiliano Lula ha preso il posto del suo predecessore Bolsonaro, la distruzione della foresta amazzonica è drasticamente calata: da 3.988 km2 nei primi 6 mesi del 2022 a 288 km2 nei primi 6 mesi del 2023. Lo rende noto il Wwf Italia, in occasione della Giornata mondiale dedicata alla foresta pluviale (World Rainforest Day).

Secondo i dati dell’istituto brasiliano di ricerche spaziali (Inpe), fin dall’inizio del governo Bolsonaro (2019-2023) la deforestazione in Amazzonia era aumentata del 34%, e di un ulteriore 75% nel 2022, quando durante i primi 6 mesi 3.988 km quadrati di foresta amazzonica sono andati distrutti – una superficie oltre 3 volte quella di Roma.
Contemporaneamente all’aumento della deforestazione si era verificato anche un drammatico aumento degli incendi, spesso appiccati illegalmente per favorire l’espansione dell’agricoltura industriale con piantagioni e pascoli, ma anche del settore estrattivo con infrastrutture e miniere.
Da quest’anno, con l’arrivo del presidente brasiliano Lula da Silva: secondo l’Inpe la distruzione della foresta è stata pari a circa 288 km quadrati ad aprile, la terza più bassa registrata da molti anni e con una netta diminuzione rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (1.026,35 km quadrati). ù
Secondo il Wwf Italia, un’area di foresta grande quanto 7 campi da calcio scompare ogni 15 secondi a causa della crescente richiesta di legnami pregiati o di aree convertite in pascoli o piantagioni di soia e palma da olio.

