“Ma se aveva le gambe piegate, come hanno fatto a toglierle i pantaloni?”. Poi, “ci può spiegare come le sono stati tolti gli slip?”. E ancora: “Come mai non ha reagito con un morso durante il rapporto orale?”.
Sono solo alcune delle tante domande che sono state poste durante il processo alla ragazza italo-norvegese che ha denunciato Ciro Grillo, figlio del fondatore del Movimento 5 Stelle, e tre suoi amici Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria, dello stupro di gruppo che sarebbe avvenuto in Costa Smeralda nel luglio del 2019.

A porle, finendo al centro della bufera mediatica, è stata l’avvocata Antonella Cuccureddu, che difende Corsiglia. Domande che secondo il legale di parte civile, Dario Romano, sono state “da Medioevo”. E come dargli torto?
Perché domande come quelle poste da Cuccureddu alla parte offesa ci riportano con la memoria a secoli e secoli fa. La legale ha risposto alle accuse – l’avvocata nelle ultime ore è stata anche vittima di moltissime minacce social – ponendo l’attenzione sul fatto che devono essere appurati i fatti e che, di conseguenza, le sue domande erano mirate a quello.
Oltre i limiti del rispetto
Ma fino a che punto possiamo spingerci per farlo? C’è un limite, umano, che non deve essere superato. E in questo caso è stato fatto. Perché quelle domande sono umilianti, invadenti e invasive, ma soprattutto degradanti.
Che Cuccureddu stia facendo il suo mestiere lo sappiamo tutti, che lo stia facendo nella maniera più spregiudicata possibile anche, ma ciò che non sappiamo o meglio non capiamo, è come sia possibile che nel 2023 siano ammesse ancora delle domande simili.

L’obiettivo è chiaro: smontare l’accusa di stupro di gruppo e dimostrare che quel rapporto è stato consensuale. Ciò che non è chiaro, o meglio non accettabile, è come si voglia arrivare a ottenere quell’obiettivo. Perché in questo caso sono presenti molti elementi della cultura patriarcale e il fatto che a metterli in atto sia proprio una donna nei confronti di un’altra donna, fa riflettere.
Quello che è successo nell’aula del tribunale di Tempio Pausania è un classico esempio di vittimizzazione secondaria, un modo per intimidire e umiliare chi denuncia una violenza, costringendola a rivivere il trauma subito e mettendo in dubbio la sua versione dei fatti. Siamo davanti a una doppia violenza, quella subita che sfocia nella denuncia e quella successiva.
Si continua a colpevolizzare la vittima
La gravità, nel caso di Ciro Grillo, sta negli effetti che quel tipo di domande sortiscono nella vittima e in tutte quelle donne che stanno cercando il coraggio di denunciare. Perché è sempre questo che ci viene chiesto, il coraggio. Di scappare dalla violenza, di essere forti, di opporsi.
Ma come può una donna avere il coraggio di denunciare se poi deve pagare la sua richiesta di giustizia con un’enorme sofferenza psicologica? Chiedere a una donna che denuncia uno stupro come mai non abbia reagito con un morso durante il rapporto orale è emblematico del problema. Un problema che continua a basarsi su stereotipi e pregiudizi.
Perché non ha urlato? Perché non si è difesa? Perché ha denunciato la violenza solo dopo mesi? Perché era vestita in quel modo? Sono tutte domande che sottintendono una colpevolizzazione della vittima.
Scappare da una violenza, così come reagire, non sempre è possibile. E partire dal presupposto che invece lo sia, non considerando tutto l’aspetto psicologico, è profondamente sbagliato. Così come è profondamente sbagliato pensare che una non reazione equivalga a un consenso.
Perché nella maggior parte dei casi a giocare un ruolo primario è la paura. La paura della reazione dell’uomo, ma soprattutto la paura che immobilizza la vittima.

Un processo basato sui miti dello stupro può essere equo?
Un concetto, quest’ultimo, che nella stragrande maggioranza dei casi non viene nemmeno preso in considerazione. O reagiamo o non è stupro. O scappiamo o siamo consenzienti.
Sul tema è intervenuta anche la presidente di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), Antonella Veltri, in una recente intervista rilasciata al Corriere: “Leggere nel 2023 che una donna non può subire violenza sessuale se indossa i jeans o che basta un morso per impedire un rapporto orale indesiderato, ci conferma che c’è un problema.
La conferma arriva anche dal fatto che il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha tenuto l’Italia sotto procedura rafforzata, proprio in ragione degli stereotipi che ancora sono presenti nelle aule di giustizia. Evidentemente la sentenza della Corte europea per i Diritti Umani, JL vs Italia, non è ancora stata metabolizzata.
Infine, una domanda: possiamo definire un processo basato sui miti dello stupro e su stereotipi giudiziari, equo? L’accertamento dei fatti è altro dalle modalità e dai contenuti degli interrogatori che le donne sono costrette a subire. Ci domandiamo cosa deve accadere ancora e di più in Italia perché ci sia una assunzione di responsabilità della istituzioni.

