Affrontare “Gli abissi“, il romanzo di Pilar Quintana, è un po’ come guardarsi dall’interno e lasciarsi studiare da quella piccola parte di noi infantile che non c’abbandona mai. Come diceva Nietzsche: “Se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”.
Claudia, protagonista del romanzo
La protagonista di questo romanzo è Claudia, una bambina di 8 anni che inizia a sondare gli abissi della vita adulta attraverso le rivelazioni della madre Claudia, sua “omonima”, e i silenzi del padre Jorge.
Vive con i genitori in un elegante appartamento che si affaccia sulle montagne di Cali e che sembra una giungla per via delle piante tropicali di sua madre.

Il padre è proprietario di un supermercato in cui trascorre la maggior parte delle sue giornate, mentre la madre è sempre in casa a leggere riviste di cronaca rosa sognando i grandi amori e la libertà delle dive europee.
L’incantesimo della famiglia perfetta, però, si rompe nel momento in cui Claudia comprende che la madre, che avrebbe voluto studiare, ha una relazione extraconiugale che viene bruscamente interrotta perché scoperta dal marito.
La scoperta dolorosa
Lo sguardo dell’innocenza riesce finalmente a individuare la sofferenza dentro i discorsi della madre, il rancore dietro i silenzi del padre, la paura oltre gli abissi dell’esistenza.
Si ha l’ardore di credere che i bambini siano creature eternamente felici, di poterli proteggere dal dolore e dalla frustrazione che l’età adulta porta con sé, ma la maturità è, per la piccola Claudia, l’orlo del precipizio, un burrone a cui ha paura ad avvicinarsi. Però esiste.
“A quel punto l’abisso, non riuscendo a farmi buttare giù né a divorarmi, mi entrava dagli occhi, una cosa deliziosa e orribile, una pallina che saltellava nella pancia e una nausea schifosa e pestilente, fino a rimanere ben sepolto dentro di me“.
Pubblicato in Italia da La Tartaruga con una traduzione di Elisa Tramontin, dopo “La cagna”, “Gli abissi” è il nuovo romanzo della scrittrice colombiana Pilar Quintana, vincitrice del Premio Alfaguara e finalista al National Book Award.
Da “La cagna” a “Gli abissi”
Se ne “La cagna” mette in luce le pressioni sociali legate a donne e maternità, in un paese, la Colombia, in cui vivere vuol dire sopravvivere, ne “Gli abissi” sceglie di raccontare una generazione di donne che son diventate madri senza averlo scelto.
Attraverso uno stile di scrittura denso e perturbante, l’autrice ci consente di scendere un gradino della vita e tornare bambini per imparare a decifrare il selvatico che c’è in noi.
Pilar Quintana chiama abissi questi momenti di presa di coscienza infantile: i bambini comprendono quando gli viene detta una bugia, intuiscono quando li stiamo ingannando per poter continuare a ingannarci con una vita infelice e fallimentare.
L’autrice incastra questa storia in una società patriarcale in cui le donne appaiono contaminate da un male di vivere invisibile, nascosto dietro una passeggera rinite, sotto le lenzuola, in una profonda e instabile malinconia.
Donne senza futuro in una società indifferente, incastrate famiglie disfunzionali, che trovano se stesse solo attraverso la morte.
“Mamma, tu vuoi vivere?”
L’intervista a Pilar Quintana
In occasione della presentazione dei romanzi “La cagna” e “Gli abissi” alla Libreria Verso, Milano, con la scrittrice e curatrice editoriale de La Tartaruga, Claudia Durastanti, noi di Luce! abbiamo avuto l’opportunità di intervistare la scrittrice colombiana Pilar Quintana.

Quest’ultimo romanzo mi ha ricordato molto l’ambiente magico dei romanzi di Gabriel García Márquez, ma conoscere la famiglia di Claudia mi ha fatto pensare alle famiglie infelici secondo Tolstoj (“Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”).
Il suo romanzo però descrive il ritratto di una società patriarcale, la violenza domestica, la disintegrazione di una famiglia perfetta. L’infelicità, come la rinite, può essere tramandata di madre in figlia?
“Penso che ereditiamo molto di più del nostro Dna. Ereditiamo gli occhi, il colore dei capelli, il modo di essere, ma anche il modo in cui camminiamo. E soprattutto la storia della nostra famiglia. Ereditiamo parte dell’oscurità delle madri”.
Cosa sono gli abissi per lei?
“Vivo l’abisso un po’ come Claudia. Quando ero piccola io e la mia famiglia vivevamo sulle montagne di Cali e ogni giorno dovevamo scendere, percorrere una strada tortuosa dove diverse persone avevano perso la vita. Potevi vedere il punto in cui le persone erano morte in quella strada.
La gente di Cali mi dice: ‘Ma come faranno a leggere questo libro altrove?’. Perché solo chi la conosce può comprenderla. Io ho sempre avuto paura che i miei genitori, mia madre soprattutto, morissero lì. E la storia della donna scomparsa in quella strada, di cui parlo nel libro, è vera.
Mia madre, quando ero giovane, mi ha raccontato la storia di una signora scomparsa, la madre di una sua amica d’infanzia”.
Oltre Cali, cos’altro c’è di vero nel romanzo?
“La giungla è reale, ho vissuto nove anni in una casa invasa da piante. Cali e le storie di mia madre sono le uniche cose vere in questo libro. E le storie sui latinos.
Immagino che gli italiani siano molto simili ai latinos, perché siamo ‘latini’ quanto voi. Tutti ci dicono sempre che parliamo troppo, che siamo rumorosi e parliamo sempre. Ed è vero, siamo così. Ma ci sono anche cose che non diciamo, cose importanti nelle famiglie di cui non parliamo”.
Comprendere la morte è per la piccola Claudia il principio della fine dell’infanzia. Ma la protagonista ci sta raccontando questa storia mentre è ancora una bambina o a distanza di tempo?
“Penso che ci sia modo di capire, qua e là nel romanzo, che lei è cresciuta. Ma la Claudia adulta non è quella di prima, non sappiamo come sia, non sappiamo dove sia, non sappiamo perché sta raccontando questa storia. Credo che ci siano delle piccole cose che forse non sappiamo.
Claudia ha nove anni, ma una bambina di nove anni non avrebbe le parole per raccontare questa storia. È cresciuta nel corso della storia. Sta anticipando al mondo che lei è qualcosa.
Sai come sono riuscita a costruire questo narratore? È stato in terapia. Stavo analizzando un trauma infantile, il mio stesso trauma. E la terapista mi ha chiesto: ‘Dimmi cosa ti è successo?’ . E io gliel’ho raccontato.
Lei mi ha detto: ‘No, ne parli come un’adulta. Mi stai dicendo cosa è successo, cosa pensi che sia successo. Non voglio sapere questo. Lascia che la bambina che eri mi dica come si è sentita’. E lì ho capito come scrivere questo libro”.

