Salaì, al secolo Gian Giacomo Caprotti (1480-1524), fu una creatura mercuriale, come argento a vivo, al fianco del suo maestro Leonardo, spesso sforzesca, in cui doveva far da buffone, creando indovinelli, di cui rivelava la soluzione, sotto banco, al Moro e alla sua risoluta amante Cecilia Gallerani, dama con l’ermellino.
La factory rinascimentale intorno a Leonardo
Di notte, segrete e separate stanze, il maestro, come è noto, si dava alla dissezione di cadaveri, pratica proibitissima e da senza Dio. Egli aveva una bruciante passione per il deforme, il curioso, per le smorfie, i visi corrosi dal male, per le fantasime.
Per giustificare la sua eccentricità aggressiva i bigotti storici dell’arte dell’Ottocento scrissero, contro ogni logica, che gli allievi erano perversi, mentre il maestro era completamente buono e puro, ma traviato dai ragazzacci a cui si accompagnava, malconsigliato.

Eppure, il monumento di Pietro Magni che tutti ignorano davanti a Palazzo Marino e alla Scala, raffigura assai gayamente Salaì, Cesare da Sesto, Marco d’Oggiono e il Boltraffio, che operano per il maestro come una Factory rinascimentale, intenti a compiere repliche di ciò che l’artefice proponeva come modello per la corte sforzesca.
La vita accanto al maestro
La morte del bel garzone, ritratto da maschio e da femmina, adorno di falli in erezione in una pagina del Codice Atlantico, fu misteriosa: unica vittima di uno scontro tra sostenitori degli spagnoli e ribaldi milanesi. Era tornato da Parigi, dopo che il Valois gli aveva dato una piccola fortuna, per l’acquisto di alcune opere alla morte del maestro.

Aveva con sé anche una notevole eredità da parte di Leonardo, che aveva assistito fino agli ultimi giorni della sua esistenza. Occupava la casa degli Atellani, coglieva il frutto della celebrata vigna di vin di Cipro piantata da questi e, insomma, stava nell’agio. Intorno a lui si diceva che avesse ancora opere preziose del maestro, che con la sua morte si dispersero nel nulla.
Saladino, l’angelo con il demonio in corpo
Di fatto il suo nome, Salaì ossia Saladino, era esso stesso la marchiatura del diavolo: il sultano che tenne in scacco i crociati, serviva esattamente a comunicare il senso di qualcuno che avesse il sangue in fiamme e l’argento vivo addosso o, come si diceva all’epoca, il demonio in corpo.
Era ostinato, ghiotto e bugiardo, scalmanato di sesso con ragazzi e uomini: il primo giorno a bottega si era già messo in evidenza rubando lo stilo d’argento del Boltraffio, che tanto era ricco e non avrebbe avuto troppi problemi a prenderne un altro. Nel tempo, dopo non poche mattane, era entrato a fianco del maestro come tuttofare.

E dire che egli, come voleva l’uso dell’epoca, lo aveva comprato dai genitori di lui, a Oreno, contadini poveri in canna, per farne un artista. Cosa di cui i genitori e i parenti erano assai lieti, avendo il ragazzo già un carattere impossibile e non sapendo che fare di lui. A Milano, a Firenze, nelle continue schermaglie con Michelangelo, a Roma, a Parigi, fu per Leonardo il suo angelo custode, la sua guardia del corpo.
Infine, malgrado le scalmane, era assai bravo con i soldi, che il maestro, pochissimo interessato al peculio in sé, ma molto per le cose che poteva con esso acquisire, ritrovati scientifici, cadaveri da dissezionare di notte, bei ragazzi, vestiti sontuosi di velluto e broccato.
Poco e niente rimane del catalogo di Salaì, giusto un San Giovanni Battista che si trova nell’ambiguissima sala dei leonardeschi alla Pinacoteca Ambrosiana. L’espressione è dolce fino ad essere femminea, sdilinquita, perfino. Ogni passione spenta, da solo godette dei frutti del lavoro accanto al maestro, e non si dette all’opera pittorica, per proprio conto.
Dopo una travagliata esistenza, a fianco del severo maestro, che molto lo amava e altrettanto lo criticava, di questo non sentiva affatto il bisogno.

