Un viso “americano”, aperto solare, simpatico. Una predestinata a quello che la vita le avrebbe riservato di bello e unico. Lei si chiama Simona Viciani ed è una traduttrice. Ma non una qualsiasi, dato che chi legge Charles Bukowski in italiano lo deve alla sua straordinaria abilità, quella che nasce da una empatia totale con lo scrittore statunitense e riesce a farlo amare ancora di più.
Sono gli anni Novanta, Simona è una giovane ragazza innamorata di letteratura americana, l’occasione del suo primo viaggio oltreoceano le viene offerta da un incarico piuttosto insolito, quello di occuparsi dell’archivio della famiglia del tenore Mario Lanza.

E siccome niente accade per caso, scopre che non troppo lontano abita il suo amato Bukowski. Il lavoro di archivista in casa Lanza le appare di colpo leggero e quasi piacevole perché sa che ogni pomeriggio potrà andarsene in giro per il quartiere di Palos Verdes di Los Angeles nella speranza di incontrare il suo beniamino.
Andava a cercarlo nel suo bar preferito e passava innumerevoli volte davanti alla porta di Buk senza mai avere il coraggio di suonare il campanello.
Era come se temesse con un gesto incauto di spezzare il filo incantato che la legava al suo idolo, la sola idea la paralizzava e così aspettava che il caso tessesse la sua ragnatela di eventi.
Una mattina aprendo il giornale lesse la notizia che non avrebbe mai voluto ricevere: lo scrittore Charles Bukowski aveva lasciato questa terra.
Ma Simona non si dà per vinta e cerca un contatto con Linda, la moglie di Hank (soprannome di Bukowski). Di nuovo torna al caffè dove ormai la conoscevano bene e chiede a un avventore di recapitare un messaggio alla vedova.
L’incontro avverrà e sarà l’inizio di una grande amicizia, di una intesa totale fondata sull’amore e l’affetto nei confronti di un uomo vero, troppo spesso oltraggiato dalla vita, divenuto scrittore crudo, sensuale, ironicamente sconcio eppure dotato di speciale sensibilità e di raffinata intelligenza.
La nuova traduttrice dei testi di Buk nasce proprio in quella occasione e i lettori italiani avranno così modo di conoscere l’autentica essenza dell’autore californiano imparando ad amarlo per il valore culturale della sua arte, non certamente limitata alle parolacce o a certi aspetti scabrosi di una narrativa mai imbellettata dall’ipocrisia.

Come Fernanda Pivano, alla quale per molti versi somiglia perfino nell’espressione, Simona Viciani traduce il suo Hank con l’identica passione che Nanda metteva nel rendere in italiano i testi di Ernest Hemingway.
E’ come se fosse avvenuto un tacito passaggio delle consegne tra le due donne che si volevano bene ed erano legate da una profonda stima reciproca.
Il lavoro dell’intellettuale pavese, figlia oltretutto dell’indimenticabile e famoso pittore Gigi Viciani, non si ferma mai di fronte alla mole dell’Opera Omnia pubblicata da Feltrinelli dell’amato scrittore, in buona parte già tradotta.
Nel contempo si dedica alla promozione di giovani autori gestendo in qualità di presidente il Premio Letterario Nazionale Bukowski che scade ogni anno il 9 marzo, data della sua scomparsa.
Legata tuttora a Linda King, che continua a curare la “Charles Bukowski Foundation“, ogni anno torna un paio di volte negli States, dove riabbraccia l’amica e torna a respirare l’atmosfera di un tempo, di una Los Angeles che muta nel suo tumulto continuamente, ma che nel cuore di chi ha imparato ad amarla resta immutata.

Uno scrittore che mirava dritto al cuore
Simona, a soli quindici anni lei amava i libri di Bukowski. Una bella sfida per i tempi…
“Fa un po’ impressione pensarci, ma in effetti sono passati più di quarant’anni. Ho avuto la fortuna di avere un padre che era un lettore onnivoro e ho stanato i libri di Bukowski dalla sua libreria, posizionati ben in alto per non essere fruibili da me e da mia sorella.
Non appena sono stata in grado di raggiungerli ovviamente sono stati tra i primi che ho letto. La cosa sorprendente è che più per via delle sue le sue pagine sconce, Bukowski mi ha inchiodato a sé grazie a quello stile spudorato che utilizzava nel raccontare al lettore la sua quotidianità universalizzandola.
Capisco bene ciò che ha provato Hank la prima volta che si è imbattuto in Chiedi alla polvere di John Fante nella biblioteca pubblica di Los Angeles: parole scolpite sulla pagina.
Finalmente uno scrittore che mirava dritto al cuore senza utilizzare filtri perbenisti. Ed è esattamente ciò che ho provato io leggendo Bukowski: avevo incontrato il mio scrittore che mi avrebbe cambiato la vita, ma questo ancora non lo potevo saperlo”.

Quali difficoltà ha incontrato a inserirsi come traduttrice in un contesto prevalentemente dominato dal sesso maschile?
“Parlare di ‘difficoltà’ è un eufemismo. Mi sembrava di essere entrata in un videogioco e di dover superare una serie di livelli progressivi, o meglio, di giocare a Monopoli e di aver pescato la carta ‘vai in prigione senza passare dal via’.
Per l’editoria italiana il traduttore dell’opera omnia di Bukowski doveva essere necessariamente un uomo. Eppure dopo parecchie traversie ho superato l’ultimo livello: la prova di traduzione in ceco a New York di venti poesie di Buk.
A concorrere c’erano altri tre traduttori italiani, maschi. Alla fine gli esaminatori della Harper & Collins hanno scelto all’unanimità la mia versione, la più maschia di tutte e più tardi hanno confessato di essere rimasti strabiliati dal fatto che fosse quella di una donna.
Uno a zero per le ragazze! Del resto sono sicura che a Bukowski sarebbe piaciuto finire nelle mani di una donna”.
Bukowski o lo si odia o lo si ama senza riserve. Può dirsi lo stesso della sua traduttrice?
“Certamente, marchiata a fuoco e fiera di esserlo. Mi sono occupata sporadicamente anche di altri scrittori, ma Bukowski rimane il mio autore.
Ho all’attivo oltre una sessantina di libri e ancora molta strada da fare per tradurre l’opera omnia. Mi ricordo alcune ‘prove’ di traduzione di testi di altri scrittori cassate perché il mio elaborato veniva giudicato troppo bukowskiano. La cosa mi inorgoglisce ancora oggi”.
Simona Viciani e l’esperienza a Los Angeles
Giovanissima a Los Angeles si è immersa nelle realtà più inquietanti della città a caccia del suo beniamino. Che genere di esperienza è stata?
“Un’esperienza unica, una parentesi della mia vita che doveva durare pochi anni e che invece si è protratta per più di dodici.
Mettere piede nelle strade di Los Angeles era come tenere il dito indice sulle frasi di Hank, ogni tappa un punto per poi riprendere la perlustrazione sfogliando altre pagine, nuove vie. Bar, biblioteche, librerie, ippodromi, caffè, ristoranti, uffici postali, spiagge, case dove aveva vissuto la sua intensa vita.
Nei miei progetti c’è un libro geografico-sentimentale illustrato dei luoghi cari a Bukowski o che hanno contato nella sua esistenza. L’ultima volta che sono stata a Los Angeles, appena prima della pandemia, ho notato quanto è mutevole questa metropoli, pronta a cambiare velocemente, come i neologismi della lingua americana.
Per fortuna la Los Angeles che ho nel cuore e ricordo spesso resta quel paradiso infernale desolato che ci descrive Bukowski e posso ritrovare ogni volta che lo leggo”.

Al suo primo incontro con Linda Lee ha subito individuato nei fogli sparsi il romanzo “Donne”: Cosa rappresentava per Buk l’universo femminile e in che modo veniva coinvolto?
“Nella vita di Bukowski le donne hanno sempre assunto una valenza fondamentale. Lo spiega spesso con pazienza l’autore stesso nei suoi lavori.
Jane Cooney Baker è stato il suo primo amore, mai dimenticata, alla quale ha dedicato le poesie d’amore più belle della sua produzione.
Linda King, altra presenza femminile importante nella sua vita, si trova spesso citata nei suoi romanzi e racconti. In Hollywood fa riferimento a Linda Lee Beighle, sua futura moglie, come la ragazza ‘mandata dagli dei per allungarmi la vita’.
Per Bukowski le donne sono dunque creature straordinarie, spesso crudeli ma sempre necessarie, folli compagne di viaggio”.
Se lo avesse davvero conosciuto in vita se ne sarebbe innamorata?
“Nella vita non si può mai dire. Innamorata forse no, penso che saremmo diventati ottimi compagni di sbronze, conosco troppo bene il suo alter ego, Chinaski, per capitolare.
Componente fondamentale nell’amore è il mistero. Sarebbe stato certamente un folle amico formidabile con il quale condividere le gioie e le angherie che la vita ci riserva.
Del resto quando hai il privilegio di entrare in simbiosi con un autore penso che si crei un rapporto speciale, unico. La nostra amicizia si rinnova ogni volta che mi metto al computer con un nuovo manoscritto da tradurre.
Sigilliamo spesso la nostra fratellanza con un buon bicchiere di vino augurale preludio di nuove scorribande letterarie notturne”.

La letteratura e i pregiudizi
Trova che esistano ancora pregiudizi riguardo a un certo genere di letteratura?
“Purtroppo sì, anche se penso che sia molto riduttivo etichettare la letteratura in generi formulaici. A mio parere esistono libri belli e libri brutti.
Spesso mi tuffo in libri già letti per ovviare a cocenti delusioni. Mino Milani mi ha insegnato che si può dare un’opportunità a un libro fino a pagina ventidue. Se non ti ha coinvolto, se non ci hai trovato nulla, o peggio se è scritto male, chiudilo e regalalo. Parlerà a qualcun altro.
Per tornare alla domanda, temo che esistano ancora troppi pregiudizi per quanto concerne la letteratura classificata come ‘erotica’. Parafrasando una citazione di John Keats: la volgarità sta negli occhi di chi guarda, anzi, in questo caso di chi legge”.
Si può essere trasgressivi conservando una morale solida?
“Assolutamente sì, ognuno deve essere leale con sé stesso. Forse questo è il segreto per vivere a lungo.
Il termine trasgressivo ha assunto secondo i canoni sociali una valenza prettamente negativa, invece è così bello seguire le proprie inclinazioni, trasgressive e non, naturalmente senza mai ledere la libertà altrui”.
Rispetto al passato qual è l’atteggiamento critico di un giovane lettore nei confronti di libri apparentemente “sconci”?
“Posso parlare dei giovani lettori di Bukowski e portare l’acqua un po’ al mio mulino. Le traduzioni italiane passate dei libri di Bukowski venivano spesso ‘censurate’ della parte poetica.
Non ho mai scoperto se fosse una scelta consapevole del traduttore. Comunque sia, il testo che il lettore si trovava davanti era monco delle parti liriche, fondamentali per la comprensione dell’opera, ed erano in evidenza solo le parti cosiddette ‘sconce’.
Non avendo nel testo la poesia come contrappeso il risultato era l’immagine del Bukowski eterno sporcaccione.
Ora con le nuove traduzioni che riproducono fedelmente, o per usare un termine bianciardiano a me caro, ‘lealmente’ il pensiero e la poetica dell’autore, se ne ha una visione completa.
Le giovani menti amano come me la miscela insostituibile bukowskiana e le parti ‘sconce’ vengono assimilate con quel sereno allegro cinismo che è prerogativa dell’autore”.

Fernanda Pivano con cui lei ha avuto modo di collaborare era convinta che Hank fosse un finto duro, ma che in realtà amava le donne e le rispettava molto. E’ così?
“C’è una poesia che mi piace citare spesso l’Uccello Azzurro che fornisce la chiave di lettura della personalità complessa di Bukowski.
Si trincerava dietro la corazza da duro, ma in realtà era un uomo di grande sensibilità. In particolare c’è un’intervista apparsa su una rivista underground degli anni Settanta nella quale Bukowski racconta di come a un certo punto della sua carriera letteraria l’immagine da duro che si evinceva dalle sue opere e dalle sue apparizioni nel circuito losangelino stesse fagocitando il Bukowski poeta.
La maschera da duro era ovviamente un espediente per non essere ferito dalla superficialità imperante. Bukowski amava le donne, era affascinato dall’universo femmineo e questo lo affermo con buona pace delle femministe che hanno sempre frainteso il suo pensiero.
Bukowski era disgustato dalle bassezze del genere umano senza però declinarlo in maschile o femminile. Cito l’impareggiabile Nanda prendendo in prestito la definizione che aveva coniato per il caro Andrea G. Pinketts: un duro dal cuore di meringa, anche Buk era così”.
A quei genitori che ancora oggi rimproverano i figli per la “robaccia” che stanno leggendo, cosa direbbe?
“A quei genitori direi di incoraggiarli sempre e comunque alla lettura e che un giovane che legge libri è una benedizione.
Riallacciandomi a una domanda precedente, di questi tempi leggere è una vera e propria trasgressione come l’immaginifico geniale Ray Bradbury ci ha preziosamente tramandato”.

