Reclutate nei campi profughi, dove vivono nella povertà, in fuga dall’orrore di qualche guerra. Portate in Europa, a fare le modelle, con in tasca un sogno. Tornano, quasi sempre, ai luoghi da dove sono partite. Con, in più, un sacco di debiti.
Il velo lo ha sollevato, alcuni giorni fa, il Sunday Times. Con un’inchiesta esclusiva, la rivista britannica ha intervistato decine di modelle africane. Per fare luce sulle modalità con cui le agenzie di fashion ingaggiano ragazze in fuga da Stati massacrati da guerre, ragazze che vivono in condizioni di povertà estrema, con la promessa di un futuro migliore.

L’inchiesta del Sunday Times rivela come un numero enorme di ragazze venga selezionato per l’industria della moda in Europa; ma come pochissime, fra loro, riescano a fare fortuna. La stragrande maggioranza torna dopo pochi giorni o poche settimane, senza aver guadagnato niente. Ma, al contrario, con un sacco di debiti.
Il campo profughi di Kakuma
Kakuma è nel nord del Kenya, vicino al confine con l’Uganda e con il Sud Sudan, ed è uno dei più grandi campi profughi del mondo. È stato istituito nel 1992 ed è gestito dalla Unhcr, la commissione delle Nazioni Unite per i rifugiati. Dentro ci sono 280mila persone, in fuga da Paesi in guerra, nell’Africa centrale e orientale: da Uganda, Etiopia, Somalia, Rwanda, Zambia.

Più della metà vengono dal Sud Sudan, la nazione più povera della terra, dove i conflitti civili e quelli tribali hanno ucciso e condotto alla fuga milioni di persone. Le abitazioni nel campo sono fatte di mattoni di fango, tetti di lamiera, e i bagni sono buche nel terreno. I matrimoni, per molte ragazze giovanissime, sono forzati.
E, come riporta Amnesty International, i rifugiati Lgbtqia+ sono regolarmente soggetti a violenze e violazioni dei diritti umani. Il 68% dei ‘residenti’ a Kakuma vive sotto il livello della povertà di 1,90 dollari al giorno.
Il sogno di diventare modelle
È ovvio che, in queste condizioni, la prospettiva di diventare modelle sia, per quelle ragazze, un sogno. Alcune di queste giovani scompaiono dalle – pochissime – scuole del campo. Altre non si concentrano sugli studi, sperando solo di poter sfilare sulle passerelle mondiali. E le agenzie di modelling si sono gettate su questo “terreno di coltura”.

Alcune progettano addirittura di aprire degli uffici nel campo profughi. Ci sono scout che cercano le adolescenti direttamente sul posto, o attraverso i loro profili Instagram. Si organizzano dei casting in loco.
Le modelle che passano i primi step ricevono un permesso dal governo kenyota per lasciare il campo e vengono inviate a Nairobi: da lì volano in Europa. Ricevono un alloggio, un po’ di soldi per il cibo. Quando hanno successo, mandano soldi ai genitori, comprano loro il primo televisore con l’antenna parabolica, o pannelli solari da mettere sulle loro baracche.
L’incubo dei debiti
Ma se non trovano abbastanza lavoro, ritornano in Kenya. E lì iniziano i problemi. Perché le agenzie europee coprono le spese per i visti e per i voli sotto forma di prestito.

Nyabalang Gatweck Pur Yien, 24 anni, è una delle giovani donne che sono state scelte per volare a Parigi. Dice: “Sentivo che il mio sogno si stava realizzando”. Arriva a Parigi, fa casting per Valentino e per Yves Saint Laurent. Viene scartata. Dopo neanche tre settimane viene rispedita indietro. Dopo qualche tempo riceve un documento che dice che ha, con l’agenzia, un debito di quasi tremila euro.
È molto semplice, molto chiaro. Queste modelle vengono dai campi profughi, a volte parlano solo i loro dialetti tribali: i contratti sono in inglese, inglese commerciale, inglese “da contratto”, non sempre chiaro, non sempre limpido e corretto. I loro genitori credono di dare loro l’opportunità di una vita. Spesso le salutano per un viaggio che le porterà nell’incubo.
Il racconto di Mari Malek
Mari Malek è una modella, attrice e dee-jay sud sudanese, che adesso vive a New York. Ha preso parte, come attrice, al film “Omicidio al Cairo” attualmente su Amazon Prime Video. Ha creato “Runways to Freedom“, un gruppo di sostegno alle rifugiate che lavorano nella moda.
“Le modelle sud sudanesi sono adesso richiestissime. Credo che sia dovuto al fatto che l’importanza della diversità e dell’inclusività hanno fatto schizzare alle stelle la richiesta di modelle africane, e fra loro le sud sudanesi – che notoriamente hanno una grande bellezza, e sguardi potenti”, dice Mari Malek.

Sono sudanesi Alek Wek e Adut Adech. La prima è adesso una star, ha 46 anni ed è il volto di brand come Chanel Dior e Victoria’s Secret. Adech, 23 anni, viveva nel campo di Kakuma. Loro ce l’hanno fatta. Molte altre no.
“Avere modelle che vengono da un campo profughi è anche una ‘bella storia’ per l’industria della moda – aggiunge Mari -. Ma è il momento di chiedersi a quale costo di giovani vite africane viene esaudita questa esigenza di diversità e inclusione”.
Malek ha un marito, tre figli, lavora felicemente negli Stati Uniti. Ma non abbassa la testa. “Non è facile alzare la voce in una industria che ti mette nella lista nera – dice -. Ma tutta questa falsa moda nel nome della diversità, che finisce con lo sfruttare povere ragazze africane dei campi profughi, è una vergogna. È l’ora di fare qualcosa. Niente cambierà se non alziamo la voce”. E lancia l’hashtag #runwaystofreedom.
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“Noi, donne e ragazze del Sud Sudan, non abbiamo voce. Per questo ho lanciato la mia organizzazione, per finanziare e sostenere ragazze che non ce l’hanno fatta, e per gettare discredito sugli agenti e le agenzie che NON si prendono responsabilità per le loro azioni. Stiamo semplicemente cercando un cambiamento in positivo. Qual è il problema, industria della moda?”.

