Per colmare il divario di genere in politica, l’indice più grave in Italia, anziché mandare a scuola le donne, il laboratorio Femministi! ha fatto e farà sedere sui banchi gli uomini politici italiani. Obiettivo? “Renderli, insieme ai partiti, meno escludenti”. Provenienti da Italia Viva, Volt, Lista Sala, Pd, M5S, Azione, Europa Verde – Verdi dal Movimento 5 Stelle, sono stati 15 i partecipanti al primo incontro, tenutosi a Roma nella sede dell’Istituto Luigi Sturzo. Il prossimo – in live streaming – sarà più partecipato, forse perché “la visibilità ai politici piace sempre”.
Ideatrice dell’evento è Costanza Hermanin, docente di politiche e istituzioni dell’Unione Europea, membro della segreteria e della direzione di +Europa, si dichiara soddisfatta: “Ieri abbiamo fatto un laboratorio quasi teatrale, in cui mettevamo in scena e cercavamo di risolvere i pregiudizi di genere, sia con la parola sia con i gesti”.
Un esempio?
“Dichiaravamo: ‘Ci-vogliono-più-donne-nell’-esecutivo’! e stavamo attente alla reazione immediata dei partecipanti. Oppure osservavamo il posizionamento di una donna politica durante una conferenza stampa o in un salotto tv, e mostravamo come la collocazione stessa o il modo di chiamare, magari per nome, la donna in questione fossero già gesti escludenti di cui gli uomini spesso non si rendono neanche conto”. Femministi! è un laboratorio promosso da +Europa, grazie alla quota del 2×1000, che – come si spiega nel comunicato di presentazione – “per legge tutti i partiti dovrebbero destinare a iniziative dedicate alla promozione della parità di genere” e fa seguito alla prima esperienza di formazione realizzata, lo scorso anno, da +Europa – “Prime Donne”, che aveva formato 23 aspiranti leader politiche.
Spicca l’assenza del centrodestra tra i partecipanti, non avevano voglia di essere “Femministi!”?
“Per il laboratorio ho contattato solo quei movimenti che hanno la parità di genere nel programma e Fratelli d’Italia non ce l’ha – risponde Hermanin – In più, è un partito dove, almeno apparentemente, ci sono delle donne leader. Forza Italia, invece, ho provato a coinvolgerla, ma è stato più complesso. Al di là di questo, c’è da dire che avere la partecipazione dei partiti del centrosinistra è stato più semplice perché ci conoscono meglio e quindi si fidano di più”.
Perché avete scelto di coinvolgere i politici uomini?
“Se guardiamo gli indici di parità internazionali di Istruzione, Salute, Potere economico e Politica, la dimensione in cui l’Italia è meno avanzata è proprio quest’ultima: le donne sono infatti il 20% del totale e le stime ci dicono che ci vorranno ancora 130 anni per arrivare alla piena parità. La struttura partito è ancora quella che ancora seleziona i leader politici. A loro volta i leader politici selezionano i tecnici, che formano poi, per fare un esempio, i famosi comitati tecnico- scientifici. Questa catena ci dice che coinvolgere gli uomini è necessario perché hanno la possibilità di cooptare le donne all’interno dei partiti, fondamentali per la selezione della classe politica”.
Perché nasce questo laboratorio?
“Il primo punto è ottenere una rappresentanza paritaria: le donne sono il 50% della popolazione, ma in Parlamento sono il 33%, molto meno nei ministeri, due in Corte Costituzionale e così via. È evidente che questi numeri non riflettano la composizione della nostra popolazione ed è evidente che ci sia, dunque, un problema di giustizia sociale. Oltre questo, però, il punto è anche l’efficienza della spesa: i dati ci dicono che le donne in politica sono più attente a capire le esigenze della popolazione, investono di più nelle politiche di cura, di contrasto alla violenza contro le donne e fanno scelte diverse anche in termini di sanità, incentivando ad esempio quella residenziale, rispetto a quella ospedaliera, di cui statisticamente beneficiano più gli uomini”.
Oltre ai contenuti, in politica ci sono uno stile femminile e uno stile maschile?
“C’è tutta una letteratura di psicologia sociale e di management privato che dimostra che le donne tendono a promuovere di più i collaboratori e a prendere decisioni più meditate e consultate. Quindi, rispetto allo stile maschile che è gerarchico e transazionale, basandosi sull’idea del “do ut des”, quello femminile è più inclusivo”.
Le viene in mente qualche esempio in Italia?
“Non ne trovo. Ma a livello internazionale si è parlato di “stile femminile” per la Merkel o per le leader americane”.
In Italia servirebbero 130 anni per raggiungere la parità fra donne e uomini in Parlamento. Iniziative come il vostro laboratorio riusciranno ad abbassare questo gap?
“Il tema in Italia in questo momento è più sentito che in altre epoche. Ciononostante, malgrado il fatto che vediamo più sensibilità, manca una corrispondente attivazione: il governo Draghi, i comitati, come ad esempio quello dedicato alla riforma fiscale o al monitoraggio PNRR, la stessa scelta dei ministri, ci hanno lasciato super delusi. Per questo, al di là della retorica, serve un input molto forte ed è per questo che siamo partite dalla formazione. Pensiamo che da questa possa nascere qualcosa”.
Il cambiamento potrebbe partire dai leader attuali?
“Francamente non mi aspetto che i leader di partito attuali lo facciano nei giro dei prossimi anni, a meno che non si rendano conto che c’è un guadagno elettorale importante nel proporre più leader donne: perché quel vantaggio c’è, è oggettivo. Mi aspetto invece che sia la generazione dei leader di domani a innescare il cambiamento. È per questo che ho scelto di non tentare di coinvolgere i segretari dei vari partiti, o senatori o deputati di lungo corso, ma di guardare alla media dirigenza dei partiti, ai leader del futuro, perché penso che siano un terreno più fertile”.

