Polonia, arriva un nuovo disegno di legge sulle unioni civili
Un nuovo disegno di legge per l'approvazione delle unioni civili in Polonia. È quello che presenterà la ministra dell'Uguaglianza Katarzyna...
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La prima reazione è stata però quella di chiusura: non avevo molto voglia di parlare e condividere questo mio dolore, magari con le amiche, con la squadra. Me lo sono tenuto per me e avevo chiesto espressamente ai miei genitori di lasciarmi gestire ed elaborare questo trauma come volevo. Solo che questo mio aspettare si è trasformato in anni di chiusura. Sono passata dal dire: 'aspettiamo a parlarne apertamente' a trovare strategie, in qualche modo anche più accomodanti, che mi permettessero di 'nascondere' la malattia. Dal momento che non avevo una sintomatologia così evidente e conducevo una vita mediamente normale, potevo passare per una ragazza 'normale'. Così non ho pensato di comunicare alla mia società, o a chiunque altro, la mia condizione, anche per paura di essere esclusa. Questa situazione però si è protratta per anni e io per anni ho indossato come una maschera verso il mondo esterno. All'interno vivevo infatti la sofferenza di questa nuova diagnosi. E in tutto questo dolore, la pallavolo è stato il mio sfogo più grande. Poi ho cominciato a lavorare, a studiare. Però ecco non sapevo nemmeno come gestire la cosa e quindi me la sono tenuta un po' per me".
In altre sue interviste racconta di non aver in nessun modo ricercato una forma di confronto...
"No l'avevo proprio esclusa, me l'ero negata e l'avevo messa in un angolo, senza chiaramente riuscirci".
Quanto, invece, la condivisione di esperienze è stata fondamentale nel suo percorso?
"È soprattutto con Marco che ho scoperto una forma di condivisione estrema. Dal non raccontarlo, tenermelo per me ed essere abituata a una gestione della diagnosi di questo tipo, quando ho conosciuto Marco – che aveva appena pubblicato un libro, annunciando pubblicamente la malattia – ho rivoluzionato il mio approccio alla patologia. Conoscerlo per me è stato molto forte. Negli anni avevo cominciato a frequentare la sezione livornese dell'Aism, avevo cominciato a crescere. Poi ho incontrato lui, che aveva una storia professionale bella e dalla condivisione delle nostre storie siamo passati al chiederci: perché non una relazione? Il mio all'inizio era un no (ride). Per me davvero era impensabile aprirmi e stare con una persona con la mia stessa problematica dopo anni in cui l'avevo negata a me stessa. Significava che avrei dovuto farci i conti tutti i giorni e quindi insomma è stato un inizio particolare".
Marco ci ha raccontato come quello della musica sia, a suo modo, un settore competitivo, a maggior ragione lo sport. Lei prima ha detto che temeva potesse esserle preclusa qualche opportunità a causa della malattia
"La mia paura era questa sì. Poi però è andato tutto bene. Ho continuato i miei campionati con un po' di riguardo. C'era la volta in cui stavo meglio o peggio, ma la gestivo e mi son tolta le mie soddisfazioni. Quando poi però ho cominciato a parlare più apertamente della malattia, ho ricevuto anche un'ondata di attenzione da parte di molte persone che si sono avvicinate a me, tra cui un gruppo di ragazze con cui avevo già giocato e che nel frattempo avevano iniziato a praticare il Sitting volley, una disciplina a cui mi hanno invitato ad avvicinarmi. Benché non avessi una patologia motoria importante, all'esito dei controlli medici risultai comunque classificabile per i giochi paralimpici. All'inizio, però, è stato un po': 'ma perché lo devo fare? È uno sport paraolimpico io posso giocare a pallavolo'. Mi ero fermata solo per la gravidanza, perché nel frattempo era arrivato anche un bambino e avevo ripreso a giocare a livello amatoriale. Per me era come darla vinta alla malattia, ridimensionare le mie possibilità. Mettermi seduta a terra, per me che per anni avevo combattuto, anche contro il parere del mio neurologo, era un po' come una sconfitta. Iniziando però a praticare questo sport e appassionandomi, perché comunque sono un'agonista, ho realizzato che non era un 'darla vinta' alla malattia ma accettarla, finalmente.


